Democratici in stallo sulla Crypto Clarity Act per la clausola etica
Lo stallo riguarda chi dovrà far rispettare le regole etiche: i procuratori generali degli stati o il procuratore generale degli Stati Uniti. L’esito potrebbe incidere sulla legge sulla struttura del mercato americano e sul ruolo dei regolatori.

In breve
- La Crypto Clarity Act americana si è bloccata per il disaccordo su chi debba far rispettare la clausola etica.
- I Democratici vogliono che siano i procuratori generali degli stati a occuparsi dell’applicazione, mentre Casa Bianca e Repubblicani preferiscono il procuratore generale degli Stati Uniti.
- Il Senato ha il 7 agosto come data chiave, ma poi la legge dovrà passare anche dalla Camera dei Rappresentanti.
La Crypto Clarity Act negli Stati Uniti si è impantanata sulla clausola etica pensata per evitare che i funzionari pubblici abbiano grandi interessi nel settore crypto. Il punto di scontro, al momento, è chi debba far rispettare queste regole: Democratici e Repubblicani non hanno ancora trovato un’intesa, e questo sta frenando l’intero impianto della legge sulla struttura del mercato.
L’applicazione resta il nodo centrale
Stando a quanto riferito da persone che martedì hanno ricevuto un briefing da un funzionario della Casa Bianca, i Democratici vogliono che resti ai procuratori generali degli stati il potere di applicare le regole etiche. Dall’altra parte, la Casa Bianca e i negoziatori Repubblicani spingono invece per affidare questo ruolo al procuratore generale degli Stati Uniti.
La questione è tutt’altro che secondaria, perché la Digital Asset Market Clarity Act non serve solo a definire le regole per exchange, broker ed emittenti di token, ma anche a tracciare meglio i confini tra le diverse autorità di vigilanza. Nel dibattito più ampio sulla legge pesa anche il timore di alcune parti che le norme anti-money-laundering siano troppo deboli, mentre il Dipartimento di Giustizia ha già respinto in passato queste critiche. Resta poi aperto anche il tema della protezione da garantire agli sviluppatori, un altro punto che torna spesso al centro dello scontro.
Trump e il conflitto di interessi
La norma etica tocca da vicino anche il presidente Trump, i vicepresidenti e i membri del Congresso. Secondo quanto riportato, Trump avrebbe accettato una forte limitazione dei suoi legami commerciali nel settore crypto, ma il testo preciso non era ancora stato condiviso con i Democratici al momento della pubblicazione.
Il tema è politicamente sensibile, anche perché la famiglia Trump, attraverso World Liberty Financial, è molto esposta a iniziative legate alle criptovalute. I Democratici accusano da tempo il presidente di conflitto di interessi, mentre la Casa Bianca sostiene di aver fatto passi importanti per andare incontro alle loro richieste. La pressione politica legata a questi interessi è da tempo uno degli elementi che complicano i negoziati sulla legge.
Il Senato corre contro il tempo
A rendere tutto più difficile c’è anche il calendario. Il 7 agosto, ultimo giorno prima della pausa estiva del Senato, è considerato una scadenza chiave per riuscire a far avanzare la Clarity Act entro quest’anno. Le fonti di mercato si aspettano che il testo possa arrivare in agenda già all’inizio della prossima settimana, anche se il voto finale potrebbe richiedere diversi giorni.
Anche in caso di via libera del Senato, però, il percorso non sarebbe finito. Il provvedimento dovrebbe passare anche dalla Camera dei Rappresentanti, dove negli ultimi tempi la maggioranza Repubblicana si è mostrata più divisa. In più, tra i Democratici circola l’idea di inserire nella legge anche una politica sui prediction market, una mossa che potrebbe rallentare di nuovo l’iter.
Perché conta anche per l’Europa
Per chi segue il settore crypto in Europa, il punto è rilevante soprattutto perché la Clarity Act potrebbe definire quanto peseranno gli Stati Uniti nell’assetto globale del mercato crypto. Se la legge dovesse chiarire davvero vigilanza, applicazione delle regole e ruolo dei regolatori, potrebbe influenzare anche il modo in cui le società internazionali organizzano le proprie attività negli Stati Uniti. Per chi opera già sotto MiCA, questo dossier mostra quanto restino distanti tra loro l’approccio regolatorio americano e quello europeo.