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Israele incrimina un 21enne americano in un caso di spionaggio legato alle crypto

Lavon sarebbe stato reclutato tramite Telegram e avrebbe svolto incarichi per un referente iraniano in cambio di piccoli pagamenti in crypto. Il caso si inserisce in una più ampia ondata di spionaggio in Israele e mostra come le crypto vengano usate come canale di finanziamento.

Israele incrimina un 21enne americano in un caso di spionaggio legato alle crypto

In breve

  • Israele ha incriminato Eli Lavon, un cittadino americano di 21 anni, con l’accusa di aver spiato per l’Iran in cambio di circa $1.379 in crypto.
  • Secondo l’accusa, Lavon avrebbe ricevuto istruzioni su Telegram, tra cui riprese a Gerusalemme e il deposito di una chiavetta USB come dead drop.
  • Il caso si inserisce in un quadro più ampio in cui piccoli pagamenti in crypto e app di chat vengono usati per spionaggio, sabotaggio ed elusione delle sanzioni.

I pubblici ministeri israeliani hanno incriminato venerdì Eli Lavon, cittadino americano di 21 anni, con l’accusa di aver lavorato per i servizi segreti iraniani in cambio di circa $1.379 (€1.200) in crypto. La vicenda fa emergere un meccanismo che somiglia sempre più a un lavoretto a chiamata: compensi ridotti, incarichi frammentati e poca chiarezza sul quadro complessivo.

Telegram come punto di ingresso

Secondo l’accusa, Lavon avrebbe risposto a novembre 2025 a un annuncio su Telegram mentre si trovava negli Stati Uniti per far visita alla famiglia. Una volta rientrato in Israele, un referente legato ai servizi segreti iraniani gli avrebbe affidato una serie di compiti. Tra questi, avrebbe filmato un edificio abbandonato e un supermercato a Gerusalemme, oltre ad aver lasciato dei dead drop, compresa una chiavetta USB avvolta in una banconota da 50 shekel.

I pagamenti sarebbero arrivati a tranche, prima con qualche centinaio di dollari e poi con altri circa $518 (€452) da un secondo referente. Stando alle autorità, Lavon è il primo americano coinvolto in una campagna di spionaggio in Israele che dal 2023 ha già portato a almeno 60 sospetti. In molti di questi casi, più dell’ideologia sembrano pesare i piccoli compensi.

Dall'osservazione al sabotaggio

Il caso si inserisce in un quadro più ampio in cui le crypto vengono usate per aggirare le sanzioni e finanziare operazioni clandestine. All’inizio di quest’anno, i ricercatori hanno segnalato che nel 2025 wallet collegati all’IRGC sono stati riforniti con oltre $3 miliardi (€2,6 miliardi) in crypto, pari a più della metà dei flussi crypto iraniani. Un dato che mostra quanto il regime faccia affidamento sui pagamenti digitali quando i canali tradizionali diventano più difficili da usare.

Schemi simili si vedono anche fuori da Israele. Gli Stati Uniti stanno pianificando una task force contro il furto di criptovalute, proprio perché le forze dell’ordine si trovano sempre più spesso a dover gestire wallet distribuiti, micropagamenti e reti criminali che si muovono attraverso app di chat. La polizia britannica ha già fermato almeno 28 persone in relazione agli attacchi a Londra, mentre un adolescente belga, secondo quanto riportato, sarebbe stato pagato per un incendio doloso ad Anversa poi rivendicato da HAYI.

Perché conta

Per chi segue il settore crypto in Europa, il punto centrale è che casi come questo mostrano come piccoli pagamenti onchain e app di messaggistica possano, insieme, sostenere una rete operativa. Allo stesso tempo, cresce la pressione su forze dell’ordine ed exchange per monitorare non solo i grandi flussi, ma anche i micropagamenti e i wallet distribuiti. Il risultato è che diventa sempre più difficile distinguere tra criminalità finanziaria, spionaggio e operazioni cyber.


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